Ospite: Massimiliano Turazzini, Imprenditore e trainer VJAL Institute.
News post-incontro — 24 marzo 2026
Massimiliano Turazzini, Imprenditore e trainer VJAL Institute
Durante il secondo appuntamento del ciclo IMPACT., Massimiliano Turazzini, imprenditore digitale e AI Certified Trainer presso VJAL Institute, ha dialogato con gli studenti del Dipartimento di Comunicazione IUSVE. Con un’esperienza trentennale alle spalle, dalla fondazione di multiutility.it alla creazione della software house Trilance, Turazzini ha offerto una prospettiva concreta e priva di illusioni sulla trasformazione digitale, spiegando perché l’intelligenza artificiale non sia un semplice aggiornamento software, ma un vero e proprio collaboratore da integrare nelle dinamiche aziendali.
Il cuore dell’intervento ha ruotato attorno a un cambio di paradigma fondamentale: l’AI va “assunta” e, soprattutto, contenuta. Non si tratta di delegare indiscriminatamente ogni processo, ma di individuare un perimetro preciso in cui la macchina eccelle, mantenendo il controllo umano sul resto.
«Non siamo più nella fase in cui dobbiamo scoprire cosa fa. Siamo nella fase in cui c’è un certo perimetro di attività che le AI sanno fare meglio di noi, senza paura, senza vergogna, e quindi dobbiamo contenerla.»
Questa visione si traduce quotidianamente in quello che Turazzini definisce “MiniMe”, un ecosistema di lavoro personale basato sull’AI che supera le applicazioni tradizionali. In un paradosso affascinante per chi, negli anni Novanta, doveva spiegare ai programmatori l’uso delle interfacce grafiche, oggi l’obiettivo diventa proprio l’eliminazione delle interfacce stesse a favore della conversazione e della delega ad agenti operativi:
«Nell’ultimo anno ho smesso di usare gli editor di testo, ho smesso di usare i fogli di calcolo, ho smesso di usare quasi del tutto la posta elettronica. […] Dopo molti anni mi sono accorto che la cosa migliore è andare a togliere interfacce.»
Passando alle competenze necessarie per affrontare questo scenario, l’accento si è spostato dalle abilità tecniche alle metacompetenze: la capacità di reinterpretarsi costantemente e di cercare l’attrito costruttivo. Turazzini ha messo in guardia dal rischio dell’”AI Slop”, ovvero la produzione di contenuti formalmente corretti ma sostanzialmente vuoti e privi di reale contributo umano. La regola aurea suggerita prevede che l’AI gestisca al massimo il 30% del lavoro, lasciando il restante 70% all’esperienza, al giudizio e alla sensibilità del professionista. Un punto di partenza che, paradossalmente, azzera le distanze tra macchine e neo-laureati:
«Appena usciti dall’università siete al pari di qualunque AI. Nessun sistema agentico ha esperienza. La vera differenza si costruisce sul campo, imparando a gestire quelle complessità relazionali e quelle inversioni di rotta improvvise che nessuna macchina ha mai dovuto affrontare in un vero ambiente aziendale.»
Come ultimo tema, durante il dialogo finale, è stato ribadito come nel mondo del lavoro l’atteggiamento propositivo e la voglia di sperimentare contino spesso più delle sole nozioni accademiche. Le domande degli studenti hanno toccato anche il tema delicato della dipendenza dagli strumenti tecnologici e del rischio di perdere il pensiero critico. Saper padroneggiare l’intelligenza artificiale, ha concluso Turazzini, significa innanzitutto riconoscerne i limiti:
«Si è maturi nell’ambito AI quando si sceglie anche di non usarla, quando si capisce dove non usarla.» tanta pressione che mi hanno aiutato a sviluppare un approccio organizzato e schematico alla complessità.»
Una competenza trasversale che, nella pratica quotidiana di un’azienda tecnologica, vale almeno quanto le skills tecniche specifiche: perché la capacità di gestire più variabili contemporaneamente è quello che distingue chi avanza da chi si arena.
Un percorso irregolare, lontano dall’idea di carriera che spesso ci si costruisce all’università.
«L’aspettativa dopo la laurea è: stage, assunzione, promozione, direttore. Purtroppo, non funziona praticamente mai così per nessuno.»
Non è un messaggio scoraggiante. È un invito a sviluppare una soglia di resilienza realistica, a non leggere ogni ostacolo come un fallimento e a riconoscere che la traiettoria conta meno della direzione.
Cosa fa, concretamente, un Global Assortment Manager
Tolin — che in triennale aveva studiato architettura e pianificazione del territorio, prima di scoprire il marketing durante un Erasmus in Germania — ha descritto il suo ruolo attuale con una metafora efficace: si occupa di tutto ciò che collega la firma di un contratto con un partner commerciale al primo ordine completato da un utente nell’app.
Questo significa gestire l’onboarding dei partner, la qualità del catalogo prodotti, la consulenza strategica basata sui dati e l’architettura delle categorie di navigazione. Un lavoro che coniuga relazione commerciale e analisi quantitativa in misura quasi paritaria.
La dimensione data-driven è emersa con chiarezza quando ha illustrato come il team orienta le decisioni dei partner sulla base di evidenze concrete:
«Sappiamo che l’ultra fresh è la categoria più rilevante per gli acquisti online. Se un partner come Carrefour mi fornisce pochi prodotti in quella fascia, il mio compito è consigliarlo — dati alla mano — di ampliare l’assortimento.»
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, ha portato un esempio di applicazione diretta e misurabile:
«Un anno fa impiegavamo una settimana per completare l’onboarding di un nuovo partner. Oggi, grazie all’AI, quegli stessi processi si completano in cinque minuti: il sistema crea i prodotti e li assegna ai cataloghi in autonomia.»
Atteggiamento, network e sindrome dell’impostore
L’ultima parte dell’incontro si è concentrata sui consigli diretti agli studenti. Tolin gestisce oggi un team di trenta persone e ha maturato una prospettiva precisa su cosa rende qualcuno davvero assumibile, al di là del curriculum.
Il primo elemento è l’atteggiamento: la motivazione genuina, la disponibilità ad imparare, la capacità di stare nei processi anche quando sono faticosi. Ha citato l’esempio di una collaboratrice laureata in psicologia, priva di competenze tecniche specifiche al momento dell’assunzione, diventata in meno di un anno la top performer del team.
«Ho assunto molte persone nel mio team più per l’atteggiamento e la propensione a imparare che per le competenze già acquisite.»
Il secondo elemento è il network professionale: non inteso come raccolta di contatti, ma come costruzione di relazioni operative nel tempo. Il terzo è la demistificazione della figura del manager.
«Anche i manager e i direttori, nonostante cerchino di non darlo a vedere, commettono errori. L’errore, infatti, fa parte del lavoro a qualsiasi livello e non bisogna aver paura di sbagliare.»
Le domande degli studenti
Le interazioni più vivaci dell’incontro hanno riguardato due temi ricorrenti: la “sindrome dell’impostore” di fronte ai grandi nomi dell’industry e il paradosso dell’esperienza richiesta dagli annunci di lavoro.
A una studentessa che chiedeva come candidarsi a posizioni che richiedono esperienza pregressa che ancora non si possiede, Tolin ha offerto un consiglio operativo: personalizzare il curriculum rispetto alla posizione specifica, invece di inviarlo in modo indiscriminato.
«Preferisco un curriculum costruito attorno alla posizione rispetto a uno inviato a caso, perché mi dice che hai davvero interesse a entrare in quella realtà.»
Sul tema delle competenze tecniche da sviluppare, ha sorpreso indicando l’intelligenza artificiale come priorità assoluta — ma con una precisazione fondamentale:
«Imparate a usare bene l’AI, non per scrivere le email, ma per applicarla ai problemi reali di un’azienda.»
